Or live or not at all

Le rocce che scendono talvolta a picco sul lago di Bracciano conservano segreti portati lì dal vento che rimane ingabbiato fra esse. E i muschi e le alghe che abitano quelle rocce li rivelano all’acqua dolce che li bagna. La domenica pomeriggio è come trovarsi in un’altra dimensione su quei viali ricoperti da foglie rosse e gialle, quando l’autunno accompagna ancora il caldo ed il canto delle cicale. Il vento sussurra dolce fra gli alti alberi ma nessuno ascolta cos’ha da dire. Le piattaforme su cui si trovano le bancarelle della porchetta sono abitate solo da colombi che mangiano i resti di pane di qualche secolo fa. I tavoli sfilano vuoti in bella vista e le sedie fredde sono ancor bagnate dalle ultime gocce di pioggia di qualche ora prima. Quando sei sola potresti trovarti ovunque ed essere chiunque, perché non c’è nessuno a cui importa. Se fossi davvero una scrittrice mi troverei lì adesso, ad ascoltare quello che le panchine vuote hanno da raccontarmi su Amy, e su tutti gli amanti passati di là, per caso o per intenzione. Ma è difficile esserlo, quando ti tolgono la voce, quando le parole non possono nemmeno risuonare silenziose nella mente.

O sei vivo, o non lo sei affatto.

I kilometri percorsi su un’auto polverosa e scassata, con i finestrini abbassati per metà, alla ricerca della felicità, svelano racconti di altre vite. E ogni canna mossa dal vento, ogni albero che scorre in velocità, sussurra un particolare, un dettaglio, un nome. Vorrei avere orecchie grandi per ascoltarli da qua questi dettagli, e mente ampia per immaginarmi il vento che ti schiaffeggia il volto mentre viaggi senza una destinazione, ma…

o sei vivo, o non lo sei affatto.

On Air: Miss you – Trentemøller remix

08 – Echi di metallo

Tanto tempo fa Amy amava raccontare storie. Seduta sul letto, li guardava con i suoi grandi occhi e li incantava con le sue parole a fil di voce che rendevano le sue labbra rosse ipnotizzanti. E quando Amy scriveva le sue storie, le parole sullo schermo bianco delineavano i contorni del suo corpo che si muoveva sul lettore e gli lasciavano la magia del sapore della sua pelle in bocca.

Questo accadeva tanto tempo fa. Perché dopo un po’ l’aver raggiunto la perfezione aveva reso quelle parole vuote, per Amy. Amy raccontava le sue storie e continuava ad incantarli. Amy scriveva le sue storie e continuava ad ipnotizzarli. Ma dentro Amy c’era solo noia ed echi di orgasmi di metallo.

Quello che ad Amy non era mai piaciuto erano le richieste. Tutto ciò che è chiesto è falso e innaturale. Una ripetizione meccanica svuotata del suo senso originario. Per questo motivo ad Amy non piaceva più raccontare le sue storie, lo faceva controvoglia, ma nonostante ciò continuava ad accendere la passione negli altri.

Gli ultimi messaggi mandati a D. risalivano a più di un mese fa ed erano stati per lo più domande generali su come andava la sua vita dopo il loro ultimo incontro. Amy aveva cercato di dissolvere ogni suo tentativo di andare al sodo cambiando rapidamente argomento. Era brava con le parole ed era una brava cacciatrice. Perché in caccia come in amore, si sa, vince chi domanda e non risponde, chi studia bene la sua mossa ed è più veloce ad attuarla. E ad Amy non piaceva essere cacciata, ma cacciare. E fu proprio per questo motivo, in un tardo pomeriggio di settembre quando il sole era ancora forte, che Amy decise che era il momento giusto per cacciare.

“Vorrei raccontarti una storia, ma sono troppo stanca per farlo. Fa ancora caldo e sono distesa sul mio letto seminuda. È l’ora dell’aperitivo, ma non riuscirei a prendere nemmeno mezzo dito di Martini. Ho bevuto un tè ghiacciato per cercare sollievo e mi ritrovo con la canottierina in seta bagnata di sudore, totalmente incollata sul seno. Dimmi che almeno tu sei a mare, o in piscina, e non stai soffrendo come me.” Scrisse Amy lentamente sul suo telefonino, studiando bene ogni parola, prendendosi il suo tempo. In nemmeno un minuto ricevette una risposta. Se l’uomo è più veloce di te allora è la preda perfetta, e D. era appena entrato nel raggio di caccia di Amy.

“Sono ancora in banca, purtroppo niente mare, ma ho l’aria condizionata e sto bene. È da un po’ che non ci sentiamo. Mi manchi. Pensavo giusto a te mentre rileggevo le consegne per il collega” …. …. …. (D. sta digitando…)

“Il tuo collega carino? Inconsciamente pensavi ad una cosa a tre, ammettilo 😛 È davvero una strana coincidenza che pensi a me mentre lavori per lui” Scrisse Amy più veloce di D..

…. …. “No, sai che queste cose non mi attirano. Preferisco che tu sia solo mia. Non amo condividere il sapore della tua pelle sudata mentre siamo assieme” “Mi manchi”

“Per non dimenticare” (Amy ha inviato una foto)

“Sei davvero sudata, ma questa foto non ti fa onore. È troppo buia e non distinguo bene i contorni dei tuoi capezzoli, piccoli e perfetti. Apri la persiana e fai entrare un po’ di luce. Voglio vederti meglio.”

“Troppa luce. Mi dà fastidio, lo sai.” 

“Vorrei essere lì” “Da vicino potrei osservarti meglio in tutta la tua perfezione” “Vorrei sfiorarti la spalla mentre scivolo giù la bretella della tua canottiera. Vorrei accarezzarti lentamente il collo mentre cerco il tuo seno con le labbra. Là sì che non avrei bisogno di luce per distinguere i tuoi capezzoli, non è necessario vederti se posso averti.”

“Vieni”

“È un ordine? Sai che duro tanto, è ancora troppo presto :P” “Ho ancora un po’ di lavoro arretrato, ma tu riesci sempre a farmi compagnia con un sorriso e un’erezione anche nei momenti più noiosi” “Dovremmo organizzare un pomeriggio assieme, quando sono libero”

“Dovresti portare del vino bianco freddo e del ghiaccio. Dovremmo brindare alla nostra lunga amicizia, ascoltare della buona musica e finirci una bottiglia. Dovresti dirmi di smetterla di bere, perché mi rende gli occhi tristi”

“Si, perché con quegli occhi Amy, tu mi fai girare il mondo attorno. Non riesco a smetterla di fissarli e sentirmi ingoiato da te. Mi divori il cuore, non riesco a non baciarti con quegli occhi tristi che hai dopo che bevi”

“Non voglio smetterla di bere, come farei poi a morderti le labbra mentre mi fissi un po’ brillo senza muovere nemmeno un dito? Non devi smettere di bere nemmeno tu”

“Mi ipnotizzi Amy. Sei tu, non è l’alcol.” “Sono i tuoi occhi che mi immobilizzano mentre mi gridano di prenderti con violenza. L’alcol è solo un pretesto per incontrarti e stare assieme”

“L’alcol è un retrogusto dolce alla tua saliva” “Fa caldo. Ho sete di te” “Porgimi il ghiaccio”

“Amy non sai quanto mi fai eccitare. Meno male che sono rimasto solo, è imbarazzante quello che spunta dai miei jeans. Meno male che non c’è nessuno a vederlo”

“Io direi: che peccato, ma…punti di vista…”

“Il tuo effetto su di me” (D. ha inviato una foto)

“Aspetta” …. …. …. (Amy. Ultimo accesso alle ore 18.45)

“Ok. Sempre nel più bello scompari. Ma lo sai, ti aspetto sempre ❤️”

“Fa troppo caldo. Il ghiaccio mi dà un po’ di sollievo” (Amy ha inviato una foto)

“Cristo!” “Che bella che sei. Mi verrà un infarto qualche giorno”

“Non dire stupidate. Il caldo ti dà alla testa. Vedi che il ghiaccio si sta sciogliendo? Vieni qui accanto a me, leccami la pancia. E se il ghiaccio ti punge la lingua la mia pelle calda ti darà sollievo”

“È impossibile descrivere a parole la tua perfezione. Nemmeno le foto si avvicinano lontanamente. La tua bellezza può solo essere assaggiata, delineando i confini dei tuoi fianchi con la lingua, i tuoi capezzoli con morsi leggeri, le tue gambe con la mano, il tuo fondoschiena con il cazzo” …. …. (D. sta digitando…)

“Sali su di me. Spezzami il respiro con il tuo peso sul petto. Fammi sentire l’odore della tua pelle”

“Amy, se potessi essere lì sarei già su di te a farti mancare l’aria, mentre ti possiedo con forza, prepotentemente”

“D. fai qualcosa per me. Sbottonati i jeans e metti una mano dentro i tuoi boxer, ora! Dimmi quanto ce l’hai duro, dimmi quanto male mi faresti in questo momento se fossi dentro di me”

…. …. (D. sta digitando…)

“D. sono tutta bagnata. Dimmi quanto l’hai grosso. Ho bisogno di lui, ora. Voglio che mi squarci lo stomaco”

“Amy, è sempre più gonfio, sta quasi per scoppiare. Vorrei fartelo sentire, adesso”

“Bloccami i polsi e mettimelo in gola. Impediscimi di gridare di piacere”

(Silenzio per qualche secondo. Schermo bianco)

“Amy, ti adoro” (D. ha inviato una foto)

D. ancora estasiato andò in bagno per lavar via i segni del suo orgasmo.

Amy guardò la foto e sorrise compiaciuta. Poi cristallizzò il suo piacere non ancora concluso scrivendo il suo ultimo messaggio a D. “Un giorno ti racconterò una storia che parla di occhi lucidi e assoluzione” Poi posò il telefono, ricacciando in gola la voglia di D., paga solo di noia ed echi di orgasmi di metallo.

6 – Farfalle

“Hai mai pensato cosa provano le farfalle dopo la loro mutazione da bruchi? Hai mai pensato cosa sentono? Come vivono, così diverse, così nuove, un’altra vita?” Amy gli domandò sussurrando nella penombra tiepida di una stanza di hotel, dopo che il sole aveva riscaldato per tutto il pomeriggio le persiane socchiuse. Teneva in mano un bicchiere di tè al gelsomino che sorseggiava lentamente, aspettando che il ghiaccio si sciogliesse. Dopo ogni sorso si leccava le labbra, cercando di cancellare il sapore amaro della sigaretta da cui fumava.

Il suo discorso era quasi una riflessione fra sé e sé, il suo interlocutore non sembrava prestarle molta attenzione tanto era intento a disegnare con la matita su un foglio bianco.

Subito dopo quella domanda Amy divento improvvisamente silenziosa.

A volte alcune parole, alcune immagini, alcuni temi ricorrenti nella nostra vita spuntano fuori istintivamente, senza una spiegazione, e non vengono mai messi in discussione, né diventano spunto di riflessione.

A volte ci si rende conto improvvisamente che quelle immagini non sono state presenti nella nostra vita così, per caso. E’ quasi un’illuminazione che ci folgora, come i raggi di sole che penetravano dalle persiane quel pomeriggio e che illuminavano gli occhi di Amy, rendendoli di un verde brillante come il mare al mattino d’estate.

“Forse un tempo, quando ero un bruco, avevo dei tatuaggi come i tuoi.” La voce di Amy si era fatta più forte per attirare l’attenzione del suo interlocutore, che distolse lo sguardo dal suo disegno e replicò: “Lo pensi perché sei tanto attratta dai tatuaggi, ma non hai mai voluto fartene uno?”

“Lo dico perché sono tanto attratta dalla tua pelle, perché ho una voglia che non si sazierà mai di leccarla, di morderla, di gustarla, di sentirmi sfiorata da essa, di trovarmela addosso, quasi come se fosse mia, di scivolarci sopra, di soffermarmi sul suo odore, di provarne la sua appartenenza.”

Ogni parola di Amy risuonò lenta e umida, gonfia di desiderio come spugna intrisa di sudore.

“Ne sono lusingato”, replicò B. col sorriso sulle labbra, “resta però il fatto che mi hai paragonato ad un bruco. Sarei brutto come un bruco?”

“Il bruco è il simbolo di potenza sessuale più forte che io conosca. Rappresenta il vero uomo, il suo imporsi prepotentemente per primo. Rappresenta il fallo.

Il bruco ha pelle di seta come la tua, la tua stessa prepotenza nel voler primeggiare e la mia stessa prepotenza nel voler esistere, esprimermi, respirare.”

B. sgranò gli occhi sorpreso, non l’aveva mai vista in questa maniera.

“Degli uomini invidio questa innocenza dovuta all’esser nati per primi, la vostra leggerezza nel vivere, inconsapevoli della vostra prossima mutazione.”

“Ma stai parlando degli uomini? Sei sicura?”

“Ogni tanto mi perdo fra me e me, lo sai.”

Amy si rituffò fra le sue braccia.

B. era appoggiato allo schienale del letto, il suo corpo era forte e muscoloso, la sua pelle ambrata dal sole. Ogni disegno tatuato su di lui traduceva in immagini i suoi pensieri più inconsci, saltando, ancora una volta, ogni barriera mentale.

B. continuò a tracciare linee leggere sul suo foglio, sfumandole poi con le dita ancora un po’ umide. Amy iniziò ad accarezzargli lentamente il petto, a sfiorare con le labbra la sua pancia, a segnare i confini del suo ombelico con la lingua. Non si stancava di cercare il suo odore, non si saziava di assaggiare il suo sapore.

“E delle farfalle che mi dici? Avevi esordito parlando di loro poco fa, dopo il nostro ennesimo orgasmo.”

“Le farfalle sono come me, pesanti dentro, nonostante le loro leggere ali. Potrebbero volare, ma hanno memoria della vita passata.”

“Ma le farfalle volano!”

“Solo per un giorno, solo perché sanno quanto è breve la vita, solo perché, come me, non ne afferrano più il senso.”

Le sue parole le riempirono gli occhi di lacrime; ma nonostante la sua malinconia avanzasse sempre più dentro di lei, fino a stringerle il cuore, le sue labbra non perdevano il loro ritmo nella bramosia di voler possedere B., ancora una volta.

“Ti piacciono le farfalle per la loro consapevolezza dell’effimero?”

“Mi piacciono le farfalle perché racchiudono la potenza maschile fra la grazia di due ali femminili e colorate.” Era sempre stata un’immagine del suo doppio carattere, nata istintivamente e rafforzata da tanti segnali che nel corso degli anni aveva pian piano scoperto.

B. fermò la sua mano, mise il disegno da parte e alzò lo sguardo al cielo, con gli occhi umidi di chi ferma l’eternità in un solo istante per godere dell’infinito. La sua mano poi si spostò verso il centro del suo corpo, sul capo di Amy; le sue dita si intrecciarono con i suoi lunghi capelli rossi e si strinsero sempre più forti attorno alla testa di lei.

Amy si era zittita e concentrava ormai tutte le sue energie e tutte le sue attenzioni sul cazzo di B.. Le sue labbra lo avvolgevano completamente, la sua lingua scorreva liscia come seta tessendo con fili di saliva ricami sulla sua asta.

Per lei l’istante infinito non produceva appagamento, il suo vuoto interiore la metteva faccia al muro da sempre, ma aveva imparato a ricacciare indietro l’ansia, spingendolo su, fino in fondo alla gola.

Ancora due spinte e l’ennesimo orgasmo.

La voce di B. si fece alta nei suoi ultimi istanti di vita, prima della nuova morte.

I suoi occhi si riaprirono pochi secondi dopo, ancora sognanti.

La prima immagine della sua nuova vita fu il volto di Amy, i cui occhi sorridevano al posto delle labbra, ancora rosse per l’intenso sfregamento.

B. sussurrò a fil di voce: “Ecco, guarda cosa ho disegnato per te.” E le mostrò l’immagine di una farfalla meravigliosa, con due occhi dalle lunghe ciglia sulle ali ed un teschio sulla schiena. Un orologio stava sullo sfondo a segnare il tempo.

“Vorrei tatuartela io stesso, visto che ho capito che rappresenta il tuo mondo interiore, il tuo doppio IO, a cavallo fra i due sessi.”

Amy guardò il disegno e sorrise inaspettatamente; la sua bocca scoprì, anche se solo per un istante, ogni debolezza. “Amo le farfalle perché, come loro, sono condannata a vivere più di una vita. Come loro ricordo, muto, rivivo. In corpi differenti, in tempi differenti, in vite differenti.”

Disse ciò spingendo su con la lingua quel rigolo bianco perla che le colava da un angolo della bocca. Chiuse poi gli occhi e pensò: “Se fossi di nuovo farfalla, in una nuova vita potrei ambire ad un’assoluzione.”

Lentamente i suoi pensieri si dileguarono come gli ultimi raggi di sole che volgeva al tramonto, sfumati nei colori dell’immagine della farfalla disegnata da B..

Ed Amy si addormentò abbracciata a lui, in un sonno riparatore che avrebbe portato sollievo alla sua anima stanca solo per qualche ora.

Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, quando ha nome è la madre dei diecimila esseri.

Scrivere, dare il nome alle cose, creare parole, accostare parole, combinare parole.

Scrivere è creare, elevarsi così al cielo nella speranza di un’assoluzione.

Scrivere

e trovare il senso delle parole, quello che sfugge alle azioni.

Scrivere parla di nascita e di generazione.

Scrivere, giocare con le parole, spingerle sempre un po’ più in alto aspettando che piovano benedizioni.

Scrivere è sfuggire alla scelta, guadagnarsi un posto in paradiso lontano dalla ferocia dei nostri stessi giudizi.

Scrivere è costruire un lungo filo che regge tutto e scorrere ogni parola fra le dita, come un rosario sussurrato.

Scrivere

e sfidare in ogni caso chi forse lassù non esiste.

Io (non) ballo da sola

Ho dimenticato le notti insonni passate a voler crescere.

Ho dimenticato i risvegli fatti di corse allo specchio per vedere se ero diventata grande.

Ho dimenticato le mattine in cui mi aspettavo un regalo, ma non era mai Natale.

Ho fermato il tempo, o mi illudo solo di farlo.

Ingabbiata in uno spazio sempre troppo stretto ho portato indietro le lancette dell’orologio così tante volte che non ricordo nemmeno quanti anni ho.

Non vedo il futuro. E mi sento troppo piccola per affrontare il mondo.

Aspetto ancora un altro anno, forse fra 365 giorni ci riuscirò.

Non so se voglio imparare a camminare da sola.

Appartenenze

Le appartenenze sono legami terreni fatti con i fili del cuore, come voler stringere i polsi fra loro e agganciarli ad una spalliera di letto con bende tessute di libertà.

Le appartenenze sono luoghi che non riuscite a portarvi dentro, suoli a cui rimanete agganciati con i vostri piedi.

Le appartenenze sono oggetti che collezionate spasmodicamente, che posano e che pesano su quelle ali desiderose di volare.

Le appartenenze sono amori eterni che costringete ad un unico letto, che affamano il vostro spirito che non riesce più a dare amore.

Le appartenenze sono fatte di materia, di anni che contiamo, di spazi che misuriamo.

Sciogliere ogni nodo che crea appartenenze è un passo in avanti verso la libertà.

Autumn

Autunno.

Autunno e foglie rosse, autunno e torna l’alcol, autunno e riflessioni.

Autunno, e vorrei tanto che mi piovesse dentro.

Autunno e simulacri vuoti, che speri prima o poi qualcuno li riempia, troppo stanca per riprovarci ancora.

Autunno e foglie secche, corpi senza vita, a volte più vicini di quanto tu non pensi.

Autunno e malinconia atavica.

Autunno, e i perché prendono il posto dei quando, dei come, del resto.

Autunno, che con il vento porta ricordi, rimembri, rivivi.

Autunno. Ritorni.